Jodice torna a casa, in un certo senso
Il 6 luglio ero a Palazzo Lanfranchi per l’anteprima stampa di Mimmo Jodice. Mediterraneo. Ho seguito l’ufficio stampa della mostra e dell’evento di presentazione per la Fondazione Matera Basilicata 2019, dentro il programma di Matera Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026.
Ottantatré opere. Sessantotto sono stampe vintage ai sali d’argento, realizzate da Jodice tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, il nucleo storico della sua serie più identificativa. Arrivano dalla collezione privata dei Cotroneo di Roma e dalla Collezione Farnesina del Ministero degli Esteri. Si aggiungono cinque grandi stampe della serie Danzatrici e dieci opere più recenti sulle sue ultime ricerche mediterranee.
È la prima grande mostra monografica dedicata a Jodice dopo la sua scomparsa, il 27 ottobre 2025. Curata da Carlo Sala, resta a Palazzo Lanfranchi fino all’8 novembre, poi va al Centre d’Art Moderne di Tétouan, in Marocco, da dicembre.

Jodice fotografava rovine e statue come se la pietra avesse ancora qualcosa da dire. Vederlo a Matera, dentro un progetto che parla di ponti tra le due sponde del Mediterraneo, fa uno strano effetto: lui il ponte lo aveva già trovato, trent’anni fa, con una macchina fotografica in mano.
Stare dentro la comunicazione di una mostra così vuol dire tenere insieme tanti sguardi differenti: Ministero della Cultura, Comune di Matera, il museo, lo Studio Jodice. Un lavoro che in sala non si vede.