Ho presentato la cerimonia inaugurale di RelazionEXPO2025 senza l’idea di “aprire” qualcosa, ma con il compito di provare a tenere insieme voci, storie e domande che non nascono per stare ordinate. Un inizio che non era solo di programma, di calendario, di palco, ma di sguardo.
RelazionEXPO è un luogo particolare. Non una fiera nel senso classico, non un convegno che accumula panel su panel. È uno spazio che prova a prendere sul serio una domanda semplice e scomoda: cosa resta dell’economia se togliamo la relazione dal margine e la rimettiamo al centro. Dietro c’è il lavoro della Fondazione Relazionésimo, che da anni insiste su un punto che sembra ovvio e invece non lo è più: il valore non nasce da solo, nasce tra.

Forse per questo ha avuto senso che la cerimonia inaugurale fosse costruita come un dialogo, non come una sequenza di interventi. Sul palco, insieme a Relazionésimo, c’erano i giovani di The Economy of Francesco. Un movimento che abito da anni, nato da una chiamata di Papa Francesco a giovani economisti, imprenditori, ricercatori di tutto il mondo per ripensare l’economia a partire dalla fraternità, dalla cura, dalla giustizia.
Voci dal mondo
Quello che mi ha colpito è che nonostante i contesti diversissimi, le lingue, le discipline, tornava sempre la stessa traiettoria. Dall’India agli Stati Uniti, dal Messico all’Italia, le storie non parlavano di successo individuale, di scalate, di performance. Parlavano di legami. Di fiducia. Di lavoro che tiene insieme invece di separare.
Abbiamo vissuto a lungo dentro un’idea di felicità come conquista personale. Una corsa solitaria, spesso elegante, spesso ben raccontata, ma solitaria. E invece, ascoltando queste voci, mi è tornata addosso una sensazione che conosco bene: che la vera ricchezza non si possiede mai da soli.

Il titolo di questa edizione — Dove le storie creano valore — dice molto più di quanto sembri. Perché non chiede come raccontare meglio, ma dove le storie diventano generative. E quel “dove” non è uno spazio fisico. È lo spazio delle relazioni. È lì che le storie smettono di essere storytelling e tornano a essere infrastrutture di umanità.
Presentare questa apertura, per me, è stato questo: tenere insieme fili diversi, senza forzarli. Lasciare che le storie respirassero. Provare a fare da ponte, non da centro. E uscire con una convinzione semplice, ma esigente: se vogliamo un’economia che non si limiti a funzionare, ma che abbia senso, allora dobbiamo tornare a prenderci sul serio come comunità. Non come individui sommati, ma come persone in relazione.

