Firenze, sotto il cofano delle B Corp
Dopo un decennio passato nel Terzo settore, il social-washing ormail fiuto a un chilometro di distanza. Sono andato a Firenze, al Summit “Nuovi Scenari” di B Lab Italia. Teatro della Pergola al mattino, The Social Hub nel pomeriggio, oltre cinquecento tra imprenditori e addetti ai lavori. Volevo guardare sotto il cofano l’importante transizione che sta attraversando questo mondo, piccolo nelle dimensioni, significativo nell’impatto che potrebbe generare.
Il 2026 segna vent’anni dalla nascita del movimento globale B Corp e dieci anni dalla legge italiana sulle Società Benefit, la 208/2015. Il roll-out dei nuovi standard si completerà fra 2026 e 2027, in parallelo con la direttiva europea ECGT, che sanzionerà le asserzioni sociali e ambientali senza verifica di terza parte.
Nel frattempo la platea è cresciuta parecchio. Secondo la Ricerca Nazionale 2026 in Italia ci sono 5.540 Società Benefit attive, 69 miliardi di euro di valore della produzione, oltre 241 mila addetti. Le B Corp certificate da B Lab sono un perimetro molto più stretto: circa 370 aziende, 24,5 miliardi di fatturato.

Fino a oggi diventare B Corp voleva dire misurarsi con il B Impact Assessment e arrivare a 80 punti su 200. Un sistema cumulativo: un’azienda molto brava sulla gestione dei rifiuti o sulle emissioni poteva accumulare lì gran parte del punteggio e coprire buchi enormi nella governance, nel welfare aziendale, nelle politiche di genere.
Quel meccanismo di compensazione sparisce. Al posto del punteggio unico arrivano sette Impact Topics vincolanti, ognuno con una sua soglia minima. Se manchi l’obiettivo anche in un solo pilastro sei fuori, per quanto virtuoso tu sia altrove.
L’impatto sociale diventa ora un requisito minimo, standardizzato, ispezionabile.
Reggere una rendicontazione così stringente richiederà strutture, investimenti, competenze. Ci sarà una selezione. Un filtro severo che separa chi fa comunicazione da chi fa strategia d’impresa.

Chi lavora nel non profit fa esattamente questo da trent’anni, con i bandi, i progetti europei, le fondazioni erogative, i controlli a campione. Non è mai stata considerata una competenza di mercato. Era burocrazia, era il prezzo da pagare per accedere ai fondi. Adesso quella burocrazia diventa il perimetro dentro cui le imprese devono muoversi per restare credibili. L’impatto sociale è il più grande driver di innovazione e crescita economica che il business abbia oggi a disposizione.
Il filtro sarà duro e molte aziende non lo reggeranno. Le competenze per reggerlo esistono già, solo che stanno nelle cooperative sociali, nelle associazioni, nelle fondazioni, in chi rendiconta progetti da vent’anni e non ha mai sentito chiamarlo know-how.
